Una visita alla Casa di Reclusione

Una visita alla Casa di Reclusione

Un esempio vivo di come l’inclusione non sia semplice solidarietà, ma un investimento nella libertà, nella dignità e nella crescita dell’umano e della società civile.

Di Imma Di Lecce

Capita che, come direttrice commerciale di auticon, venga invitata a convegni e iniziative dedicate al tema dell’inclusività, per portare testimonianza, attraverso la mia esperienza professionale e personale, di come lavorare con persone autistiche sia una fonte inesauribile di stimolo e crescita: nelle relazioni, nel modo di pensare, nella consapevolezza sempre più solida che la diversità sia un fattore di sviluppo.

Mi considero una persona dalla mentalità aperta e ricettiva. Eppure, la visita alla Casa di Reclusione di Milano Bollate mi ha colta di sorpresa, lasciandomi impreparata al caleidoscopio di emozioni vissute. Dal momento in cui ho varcato il cancello d’ingresso fino all’incontro con i detenuti, ogni passo è stato una scoperta continua.

L’occasione si è presentata l’11 novembre durante il Social Demo Day di “Includere per Crescere”.

Alle porte del carcere, alle 7:30 della mattina, ci siamo riuniti tra manager di imprese “ad impatto” e rappresentanti delle istituzioni per una giornata di dialogo e confronto su un tema comune: l’impatto sociale nelle imprese, come renderlo parte integrante, misurabile e concreto, del procurement aziendale e tradurlo in un vero driver di valore.

La scelta di organizzare l’evento nel carcere di Bollate non è stata casuale.

Entrando lì, capisci subito perché: in quel luogo il lavoro diventa davvero uno strumento di riscatto. Oltre 750 persone detenute sono oggi coinvolte in attività professionali, dentro e fuori dal carcere, grazie a un modello di collaborazione unico tra istituzioni, cooperative e imprese. È un esempio vivo di come l’inclusione non sia semplice solidarietà, ma un investimento nella libertà, nella dignità e nella crescita personale. E, dunque, nello sviluppo come società civile.

Siamo entrati.

Abbiamo varcato le porte del carcere lasciando tutto all’ingresso: cellulari, borse, ogni oggetto personale. Da lì in poi, niente filtri. Solo noi, ad attraversare un lungo corridoio costeggiato dai vari reparti: da un lato, i detenuti per un certo tipo di reato; dall’altro, quelli per reati diversi. Camminare lì dentro aveva qualcosa di sospeso, quasi rallentato, come se ogni passo fosse un lento abbandono della società, del mondo fuori.

Arrivati nell’auditorium, abbiamo ascoltato le testimonianze delle associazioni e cooperative che già lavorano con le persone detenute, tutte unite dal filo rosso di “Includere per Crescere”. Tra gli interventi, quello di Pino Cantatore è un racconto che ti entra dentro. La sua è una storia di rinascita: da detenuto con due ergastoli, ha costruito un percorso di studio, lavoro e impegno sociale, fino a diventare, dopo trent’anni di reclusione, un uomo libero. Oggi è un imprenditore ha fondato BEE4 che dà lavoro a duecento detenuti tra Bollate e Vimencate, contribuendo al loro reinserimento.

Perché il tasso di recidiva è altissimo, e lo sappiamo: senza opportunità, senza fiducia, senza una seconda possibilità, le persone restano intrappolate nello stesso destino.

Dopo gli interventi abbiamo fatto colazione, con un catering preparato dai detenuti ed ex detenuti. Tutto è stato curato in maniera impeccabile: l’ordine, l’accoglienza, la precisione. In quell’atmosfera sospesa, senza cellulari, senza la routine addosso, mi sono ritrovata a parlare con persone che mai avrei immaginato, con una naturalezza quasi nuova. Ero completamente fuori dalla zona di comfort e mi sentivo bene, in un modo sorprendentemente positivo.

Dietro ogni detenuto c’è una storia, un volto, un contesto.

Ascoltando le loro storie si vede l’essere umano, con i suoi inciampi e i suoi tentativi di rinascita. Credo fermamente che anche la caduta più profonda – come la reclusione al carcere – debba avere la possibilità di trasformarsi in riscatto, se vogliamo davvero convivere come società civile.

Per me, la giornata alla Casa di reclusione di Milano Bollate è stata una vera esperienza potente e trasformativa. In auticon siamo abituati a lavorare con una mentalità aperta, ma questa visita ha spalancato un’ulteriore finestra sulla diversità. Mi ha mostrato un altro modo di guardare le persone, di leggere le storie, di percepire il valore dell’inclusione.

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