Ci sono parole che avvicinano, costruendo ponti tra le persone. E altre che, senza che ce ne accorgiamo, erigono muri.
Di Alberto Balestrazzi
Nel dibattito sull’inclusione usiamo molte parole: diversità, integrazione, accessibilità, fragilità, ecc. Eppure, raramente ci fermiamo a riflettere sul peso culturale che alcune di esse esercitano su nostro modo di percepire l‘altro. Tre parole, a mio parere, raccontano oggi la vera sfida dell’inclusione: perché rappresentano il confine sottile, ma potente, attraverso cui una società decide chi appartiene alla comunità e chi invece resta ai margini.
La prima parola è Categoria.
La mente umana ha bisogno di classificare. È un meccanismo naturale: organizziamo la realtà in gruppi, etichette, definizioni. Quando questo processo viene applicato agli individui, il rischio è smettere di vedere la persona e iniziare a vedere la “categoria”: il disabile, l’autistico, il diverso, sono parole che nascono per descrivere e finiscono per delimitare. La categorizzazione sociale crea una distanza invisibile tra “noi” e “loro”, alimentando stereotipi, pregiudizi e, in ultima analisi, esclusione.
L’inclusione autentica, invece, richiede il superamento delle etichette: il passaggio dalla logica dell’integrazione a quella della trasformazione, dal generale all’individuale, nel riconoscimento che ogni persona è formata da una combinazione unica di esperienze, cultura ed esigenze. Non si tratta di creare una categoria speciale per includere i diversi, ma di creare ambienti lavorativi, scolastici e sociali progettati fin dall’origine per accogliere chiunque.
La seconda parola è Scelta.
Per anni abbiamo confuso l’inclusione con l’assistenza. E spesso lo facciamo ancora. Ma includere non significa soltanto permettere l’accesso: significa garantire autonomia, autodeterminazione, possibilità reale di decidere. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità lo afferma con chiarezza: l’articolo 19 sancisce il diritto di tutte le persone con disabilità a vivere nella società con la stessa libertà di scelta e le stesse opportunità degli altri. Eppure, nella pratica quotidiana, accade spesso il contrario. La sovraprotezione prende il posto della fiducia. Si decide “per il bene” dell’altro, limitandone però l’esperienza, la crescita e perfino la libertà di sbagliare.
L’inclusione reale richiede che la persona possa esprimere preferenze, compiere scelte quotidiane e gestire le conseguenze delle proprie decisioni, sperimentando una crescita autentica. Per scegliere in modo autonomo, è necessario che le informazioni e i contesti siano resi accessibili, e che la persona sia pienamente coinvolta come coautrice e non semplice destinataria del proprio progetto di vita. Tutto questo si regge sull’assunto di fiducia: “Puoi farcela”; piuttosto che di assistenza: “Non sei abbastanza”. Perché il punto non è sostituirsi alle persone nelle difficoltà, ma creare le condizioni affinché possano esercitare pienamente le proprie capacità.
La terza parola è Prospettiva.
È quella che più di tutte ho vissuto e vivo sulla mia pelle, in auticon. Fare inclusione significa cambiare prospettiva. Ed è una condizione imprescindibile. In questi anni al fianco delle persone autistiche ho maturato una sola, grande certezza: siamo noi – quelli che amano definirsi “tipici” – a dover cambiare. Prospettiva è una parola di straordinaria bellezza e di silenziosa rivoluzione, perché implica un viaggio, un percorso di conoscenza dell’altro, che conduce alla meravigliosa scoperta di noi stessi. La Terra non cambia, sta lì, ma la prospettiva degli astronauti che la osservano sì. L’inclusione è, in fondo, come un viaggio nello spazio: si parte convinti di andare verso l’altro e si torna con una consapevolezza più profonda di noi stessi.
Questo vale anche per l’approccio organizzativo e quello normativo: occorre mettere al centro le persone. Auticon, la sua organizzazione e i suoi processi sono stati creati e si modificano continuamente per adattarsi ai team di lavoro. Così, se penso alle normative sull’inclusione lavorativa, sogno una legge che guardi alla diversità con la prospettiva della creazione di valore economico, non solamente sociale. Per fare questo, le norme dovrebbero favorire le aziende inclusive, non punire quelle che non lo sono. Perché il mercato compra valore, non inclusione.