La nostra visione di futuro è un mondo dove il talento è l’unica etichetta che conta.
Di Alberto Balestrazzi
Il 3 dicembre dello scorso anno ero di fronte al Presidente della Repubblica a stringergli la mano, in una cerimonia privata che riuniva i vincitori del Premio Leonardo 2025, prestigioso riconoscimento che dal 1994 celebra le eccellenze del Made in Italy. E sì,auticon ha ricevuto il Premio Leonardo Impresa Sociale, conferito dal Comitato Leonardo per l’impegno nell’inclusione lavorativa delle persone autistiche.
Un traguardo che ci rende orgogliosi, ma non è la fine della storia. Poche settimane prima ero andato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa a ritirare il Premio Ri-Generazione 2025, assegnato da Business Intelligence Group (BIG). Anche in questo caso, un premio per la capacità di generare un impatto sociale positivo.
Bello, vero? La risposta non è così semplice.
Il punto è che, se auticon fosse un’azienda di consulenza informatica composta da persone cosiddette neurotipiche, nessuno ci riconoscerebbe. Non riceviamo i premi perché facciamo bene il nostro lavoro, ma perché siamo “diversi”.
Questa attenzione, questi riconoscimenti che fanno certamente piacere, alla lunga lasciano un retrogusto amaro: cosa c’è di così diverso in quello che facciamo?
Il talento non ha etichetta: non è maschile o femminile, né è disabile. Il talento è talento, e in auticon coltiviamo e valorizziamo quello dei nostri dipendenti autistici, che si rivelano straordinariamente capaci nel campo della matematica, dei numeri e dell’informatica, ovvero il nostro pane quotidiano.
Semplicemente cerchiamo, curandocene molto, di rendere i nostri consulenti più produttivi creando contesti lavorativi (fisici e relazionali) che rispettino le loro esigenze (sensoriali e comunicative). Per noi vale la famosa metafora del canarino in miniera: se l’ambiente è tossico, gli autistici sono i primi a soffrirne. Quindi, noi ci impegniamo a creare ambienti di lavoro sani, non tossici, dove ogni persona possa fiorire al meglio delle sue potenzialità.
In fondo, è quello che una buona azienda dovrebbe fare normalmente per tutti i suoi collaboratori. Ma, visto che siamo un’azienda che lavora con persone autistiche, ci guardano con occhi diversi.
La nostra sfida, culturalmente parlando, è che non si debba più parlare di “talento autistico” o “diversità”, ma semplicemente di talento e capacità.
Immaginate se oggi qualcuno dicesse: “Malgrado sia una donna, è bravissima a fare il medico!” Sarebbe impensabile, giusto? Ecco, per la neurodivergenza dovrebbe essere lo stesso: la bravura delle persone non dipende da ciò che sono, ma da quello che fanno.
Il progetto NeurodiversityLab va proprio in questa direzione: cercare di rendere normale ciò che oggi è ancora visto come eccezionale.
E’ questa la verità che bisogna far emergere: non è l’autismo, o qualsiasi altra diversità, a rendere una persona migliore o peggiore. È il talento che fa la differenza.
I premi alla nostra “diversità” non sono l’obiettivo. Certo, offrono una visibilità che ci consente di crescere come azienda e creare nuove opportunità di lavoro per i dipendenti, ma ciò che vorremmo è essere premiati per le nostre competenze e performance.
Questa è la nostra visione di futuro: un mondo dove il talento è l’unica etichetta che conta.